lunedì 22 maggio 2017

RECENSIONE | "Una storia nera" di Antonella Lattanzi

Carissimi lettori, oggi vorrei proporvi un romanzo dolorosamente attuale. Una storia d’amore in cui la natura umana, poliedrica e misteriosa, si muove tra inevitabili ambiguità e scelte drammatiche.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Una storia nera
Antonella Lattanzi

Editore: Mondadori
Pagine: 249
Prezzo: € 18,00
Sinossi
Roma, 7 agosto 2012. Il giorno dopo la festa di compleanno della figlia minore, Vito Semeraro scompare nel nulla. Vito si è separato da qualche tempo dalla moglie Carla. Ma la piccola Mara il giorno del suo terzo compleanno si sveglia chiedendo del papà. Carla, per farla felice, lo invita a cena. In realtà, anche lei in fondo ha voglia di rivedere Vito. Sono stati insieme per tutta la vita, da quando lei era una bambina, sono stati l'uno per l'altra il grande amore, l'unico, lo saranno per sempre. Vito però era anche un marito geloso, violento, capace di picchiarla per un sorriso al tabaccaio, per un vestito troppo corto. "Può mai davvero finire un amore così? anche così tremendo, anche così triste." A due anni dal divorzio, la famiglia per una sera è di nuovo unita: Vito, Carla, Mara e i due figli più grandi, Nicola e Rosa. I regali, la torta, lo spumante: la festa va sorprendentemente liscia. Ma, nelle ore successive, di Vito si perdono le tracce. Carla e i ragazzi lo cercano disperatamente; e non sono gli unici, perché Vito da anni ha un'altra donna e un'altra quasi figlia, una famiglia clandestina che da sempre relega in secondo piano. Ma ha anche dei colleghi che lo stimano e, soprattutto, una sorella e un padre potenti, giù a Massafra, in Puglia, i cui amici si mobilitano per scoprire la verità a modo loro. Sarà però la polizia a trovarla, una verità. E alla giustizia verrà affidato il compito di accertarla. Ma in questi casi può davvero esistere una sola, chiara, univoca verità?

Giuro che ti ammazzo Carla, ti sgozzo come un porco, e ammazzo pure i nostri figli – quante volte Carla l’aveva sentito dire dal suo ex marito. Giuro che ti ammazzo se ti vedo sorridere al tabaccaio che ti vende i biglietti della metro. Giuro che ti ammazzo se metti un vestito, o una gonna, per uscire. Giuro che ti ammazzo se hai un’amica, se vedi tuo fratello, se parli con i tuoi genitori. Poco prima del divorzio, Vito di notte chiudeva Carla a chiave in camera da letto. E la mattina, prima di andare a lavorare, la chiudeva a chiave in una parte della casa.
Roma, 7 agosto 2012. Dopo aver festeggiato il compleanno della figlia minore, Vito Semeraro scompare nel nulla. Vito si è separato dalla moglie Carla, ma per amore della piccola Mara, decidono di festeggiare il suo terzo compleanno insieme. Carla ha voglia di rivedere Vito, il suo grande amore, l’unico. Vito però si lascia vincere dalla gelosia, diventa violento, la picchia per poi, un attimo dopo, ricoprirla di baci e attenzioni.
Può mai davvero finire un amore così? Anche così tremendo, anche così triste.
Vito, Carla, Mara e i due figli più grandi, Nicola e Rosa, sono l’emblema di un amore malato che diventa ossessione. Quando Vito scompare, tutti lo cercano. Carla e i ragazzi invece di essere felici per essersi liberati di un uomo così violento, sono disperati. A condividere la loro disperazione c’è anche un’altra donna e un’altra quasi figlia, la famiglia clandestina che Vito aveva da anni. Lo cercano i suoi colleghi di lavoro, gli amici e, soprattutto, la sua potente famiglia d’origine, giù a Massafra, in Puglia. La verità arriverà grazie alle indagini della polizia. Ma fate attenzione, perché non esiste una sola chiara e inequivocabile verità.
Ti ammazzo come un porco, e ammazzo pure i nostri figli, ma quei figli per fortuna non li aveva mai toccati.
Vito riservava le violenze solo su Carla che, anche dopo il divorzio, non riesce a spezzare il filo di sottomissione che la lega all’ex marito.

“Chi mi protegge, ora?” Vito le manca e nella sua mente le violenze svaniscono per lasciare il posto al Vito buono e premuroso. Nell’uomo convivono due personalità, una violenta e carica di rabbia, l’altra generosa e premurosa. Per gli amici è una persona rispettabile, onesta, pronta ad aiutare tutti. Oltrepassata la soglia di casa, Vito si trasforma e la sua insicurezza esplode nelle violenze di cui è succube la moglie. Carla appare come una donna mite, incapace di vivere da sola, incapace di ribellarsi alle botte del marito. La scomparsa di Vito segna la svolta del romanzo verso “il nero” del titolo. Io mi sarei aspettata un giubilo generale, invece tutti si disperano e collaborano alla ricerca del buon mostro.

La verità non è cristallina, subisce una profonda trasformazione perché profondi sono i motivi che la nutrono. L’amore di una vita che si trasforma in mostro. Le violenze che diventano pane quotidiano. Le notti insonni. Lo strazio dei figli. La presenza di un’altra donna convinta di non essere tanto amata perché Vito non la picchia. Un baratro in cui è facile precipitare perdendo la luce della ragione. Forse, la ragione, sta, ben nascosta, nella mente di Carla e dei suoi figli. Ma se vi aspettate un’evoluzione della storia a rigor di logica, andrete incontro a una gran delusione. 
Ricordate, la verità non è unica. Mai.

“Una storia nera” è un romanzo dalle mille anime: giallo, noir, storia d’amore. Un romanzo in cui ho molto apprezzato il ritmo incalzante che svela i segreti custoditi dai personaggi. Mi è piaciuto il modo in cui, dosando alla perfezione i tempi, l’autrice svela la psicologia dei personaggi. La tensione rimane viva nella narrazione alternata del passato e del presente. I luoghi e il tempo si uniscono in una comunione di emozioni creando il substrato che nutrirà il futuro dei protagonisti. Massafra, il passato che lega tradizione e famiglia, si proietta nell’Urbe, fulcro del presente. Tutti i personaggi camminano sul labile confine che divide il bene dal male. Vito e Carla; i loro figli Mara, Nicola, Rosa; i parenti giù a Massafra; Milena, l’amante che tutti conoscono; tutti hanno in sé mille sfaccettature. Non totalmente buoni, non totalmente cattivi. Ambigui. Tutti  legati da un amore malato diventato ossessione. Tutti fragili e prigionieri delle loro sofferenze. Mai liberi, mai felici.

La psicologia dei personaggi si riflette nella storia assumendo le sembianze del caldo torrido dell’Urbe. La natura crea atmosfere cupe che ben rappresentano la sensazione di chiusura, di prigionia dei protagonisti alla ricerca del senso dell’esistenza e dell’accettazione della vita. Una ricerca dura e difficile che porterà a un finale non ben definito. Ogni lettore può immaginare, secondo la propria sensibilità, ciò che succederà. Io, conclusa la lettura, mi sono posta alcune domande. Cosa faranno dopo i personaggi? Saranno in grado di disegnare un futuro migliore? Riusciranno a liberare la loro anima imprigionata per respirare un po’ di felicità? Rimarranno succubi delle loro emozioni? “Una storia nera” non è un punto d’arrivo ma l’inizio di una profonda riflessione.

venerdì 19 maggio 2017

RECENSIONE | "La congiura" di Federica Introna [Review Party]

Carissimi lettori, “La Congiura”, a firma Federica Introna, è un interessante romanzo storico vincitore del concorso Il Mio Esordio. È una storia di coraggio e amore per la libertà che vede, al centro degli eventi, una donna coraggiosa: Epicari.

Con la mia recensione partecipo al Review Party dedicato al romanzo, vi invito a leggere le recensioni degli altri blogger :)


STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 6
La congiura
Federica Introna

Editore: Newton Compton
Pagine: 256
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Baia, 65 d.C.
Mentre gli aristocratici romani si rilassano nel lussuoso centro termale, fra laute cene e bagni rigeneranti, una liberta di nome Epicari prende parte attiva alla congiura ordita contro Nerone. Pronta e determinata, sorprende tutti incitando all’azione attraverso un discorso di grande efficacia ed esponendosi in prima persona per coinvolgere quante più forze possibile. Ma un inatteso colpo di scena rischia di compromettere il piano: un omicidio atroce e misterioso sconvolgerà gli animi dei congiurati, svelando il doppio volto di alcuni tra coloro che partecipano all’impresa. Personaggi ambiziosi e avidi di potere, nobili meschini e indolenti. Eppure tra di loro ci sono anche figure capaci di gesti disinteressati e coerenti. Mentre si tesse la trama contro un imperatore colpevole di atti crudeli e azioni scellerate, Epicari dovrà fare i conti col suo passato e con il suo primo amore, conoscerà la paura e il tradimento, ma non rinuncerà mai a lottare con tutta se stessa per la libertà. Per la propria e per quella di Roma. 

Io mi riferisco a Nerone. Non ti accorgi che ci sta portando alla rovina? Questa non è più Roma. Non c’è più libertà. Non c’è più rispetto per niente e per nessuno! Prima ha ripudiato Ottavia per sposare Poppea, una donna tanto avvenente quanto avida, capace di sedurre e circuire qualsiasi persona pur di saziare la sua ambizione, poi ha eliminato la madre e non sappiamo come né perché… Forse ha addirittura incendiato l’Urbe! Ora dobbiamo anche inchinarci dinanzi a quella provocazione, la statua enorme del dio Sole con le sue sembianze. No, non è più Roma questa, è una provincia d’Oriente! E l’ultima follia? I Neronia… I senatori sono costretti a esibirsi come attori e cantanti!
A pronunciare queste sentite parole è una donna schiava affrancata, Epicari. Siamo a  Baia, 65 D. C., mentre gli aristocratici romani si rilassano nel lussuoso centro termale, la liberta Epicari prende parte attiva alla congiura ordita contro Nerone. Tra ricatti, omicidi e inganni, risalta il coraggio di una donna che non teme di morire per difendere la libertà.

Ispirato a una storia degli “Annales” di Tacito, Epicari è l’anima della congiura. Incita i nobili romani all’azione, bisogna agire al più presto, si espone in prima persona mostrandosi coraggiosa e caparbia. Tuttavia, a dispetto delle mille precauzioni prese, un omicidio atroce e misterioso rischierà di far naufragare l’impresa. Alcuni  uomini si riveleranno ambiziosi e avidi di potere, pronti a tradire. A loro si opporranno figure coerenti capaci di gesti disinteressati.

Epicari, pur avendo umili origini, lotta per ciò in cui crede. Lo fa con lealtà, affrontando i pericoli e subendo vili tradimenti. Nel suo cuore c’è amore e paura, ma anche determinazione nel lottare con tutta se stessa per la libertà.

“La Congiura” è un appassionante romanzo storico che rievoca la congiura di Pisone sottolineando il ruolo di Epicari. Alcuni dei congiurati si presentano al lettore indossando una maschera di ipocrisia e slealtà, Epicari conquista con la sua lealtà e la speranza per una nuova epoca, un nuovo inizio in cui risaltino giustizia ed equilibrio.

In un carismatico intreccio d’amore, politica, giustizia, tradimento e amicizia, mi sono lasciata condurre nella Roma imperiale di Nerone, apprezzando il gran lavoro di ricerca fatto dalla scrittrice. Ho letto con vivo piacere la perfetta ricostruzione delle atmosfere, degli usi e costumi, della mentalità del tempo.

Federica Introna è riuscita a trasmettere lo spirito, le condizioni sociali della società romana attraverso una narrazione ricca di dettegli realistici. Le ricostruzioni storiche scrupolose mi hanno permesso di comprendere meglio i meccanismi politici e le fragilità umane. Epicari lotta per la libertà, per la libertà politica e soprattutto per la libertà dell’anima.
Solo la ragione dona la libertà, se le passioni l’ammorbano, l’anima è sottomessa.
Se amate i romanzi storici non perdetevi “La Congiura”, il coraggio di una donna vi farà riflettere mostrandovi, ma voi già lo sapete, di cosa è capace una donna. Concludo questa mia recensione riportandovi le parole di Tacito nei confronti di Epicari:

Fulgido esempio di eroismo, dato da una donna, una liberta, che in un così grande pericolo volle proteggere degli estranei e quasi degli sconosciuti, mentre degli uomini nati liberi, dei cavalieri e dei senatori romani, senza essere sottoposti a tortura, tradivano ognuno le persone più care.

lunedì 15 maggio 2017

RECENSIONE | "Le cose che abbiamo perso nel fuoco" di Mariana Enriquez

“Le cose che abbiamo perso nel fuoco”  di Mariana Enriquez, Marsilio Farfalle, è una raccolta di racconti neri in cui la scrittrice mescola abilmente amore e sofferenza, superstizione e apatia. Le storie sono ambientate a Buenos Aires, nei ghetti e nei quartieri equivoci della città. Il lettore verrà accolto da creature inquietanti in un mondo in cui vita e morte si confrontano dando spazio ai vari aspetti della natura umana che si rispecchia nel mistero e nella violenza.

STILE: 7 | STORIA: 8 | COVER: 6
Le cose che abbiamo perso nel fuoco
Mariana Enriquez (Traduzione di F. Cremonesi

Editore: Marsilio
Pagine: 199
Prezzo: € 16,50
Sinossi
Piccoli capolavori di realismo macabro che mescolano amore e sofferenza, superstizione e apatia, compassione e rimpianto, le storie di Mariana Enriquez prendono forma in una Buenos Aires nerissima e crudele, vengono direttamente dalle cronache dei suoi ghetti e dei quartieri equivoci. Sono storie che emozionano e feriscono, conducendo ¡I lettore in uno scenario all'apparenza familiare che si rivela popolato da creature inquietanti. Vicini che osservano a distanza, gente che sparisce, bambini assassini, donne che s'immolano per protesta. Quello di Mariana Enriquez è un mondo dove la realtà accoglie le componenti più bizzarre e indecifrabili della natura umana, e dove il mistero e la violenza convivono con la poesia. Sullo sfondo di un'Argentina oscura e infestata dai fantasmi, con la sua brillante mescolanza di horror, suspense e ironia, "Le cose che abbiamo perso nel fuoco" ha fatto di Mariana Enriquez la risposta contemporanea a Edgar Alian Poe e Julio Cortázar, la voce più interessante della nuova letteratura sudamericana. Una voce intensa e diretta, che racconta di personaggi brutali e talvolta buffi, trascinando il lettore in una spirale fascinosa e disturbante cui è difficile resistere.


“Le cose che abbiamo perso nel fuoco” è una pubblicazione composta da 12 racconti che regalano brividi e riflessioni sullo sfondo di un Paese, l’Argentina, che mostra il suo cuore nero. Horror, suspense e ironia animano i personaggi creati da Mariana Enriquez. Conosceremo adolescenti che si staccano palpebre e unghie davanti ai compagni, donne che si danno fuoco per dar voce alla loro protesta contro la violenza tra le mura domestiche, bambini che uccidono altri bambini, la droga fonte di allucinazioni e smarrimento. L’orrore irrompe nel quotidiano, ne modifica l’essenza, crea paura. Attraverso la paura la scrittrice narra il dolore, la rabbia che affondano le loro radici nella realtà dei femminicidi, della crisi economica, della dittatura.

La raccolta inizia il viaggio nell’orrore con “Il bambino sporco”. Violenza e miseria prendono forma nel quartiere Constituciòn di Buenos Aires. Il degrado ha infestato la zona dove vive “il bambino sporco” con la sua giovanissima madre. Per le vie del barrio il mondo reale e soprannaturale si confondono. La ragione fa un passo indietro e la superstizione diventa la regina di un quartiere-prigione per i suoi abitanti.

La lettura prosegue affrontando altri racconti che hanno come denominatore comune l’Argentina coi i suoi problemi endemici, con una storia politica travagliata segnata dal sangue degli innocenti, con le sue disuguaglianze, le dittature, le discriminazioni.

Leggere questi racconti neri è come calarsi nelle crepe più profonde di un baratro che ingoia anche la luce lasciando al buio il compito di trovare il tutto nel nulla. Si alzano le voci di personaggi che vivono in un inferno permanente dove le debolezze soddisfano il male. Vincitori e vinti si confondono. Pensare in modo diverso, fuori dal coro, è un peccato e come tale deve essere punito.

L’ultimo racconto, da cui prende il titolo la raccolta, affronta un tema difficile e attualissimo: il femminicidio. Le donne,reagiscono alla violenza degli uomini in un modo molto particolare: si danno fuoco da sole.
Per questo, quando le donne iniziarono a darsi fuoco sul serio, nessuno credeva alle loro parole. Credevano che stessero proteggendo i loro uomini, che li temessero ancora, che fossero sotto shock e non potessero dire la verità; ci volle parecchio per arrivare a concepire i roghi.
E ancora:
Sono gli uomini a fare i roghi, piccola. Ci hanno sempre bruciato. Ora ci bruciamo da sole. Non per morire, ma per mostrare le nostre cicatrici.
Ho letto questo racconto due volte,affascinata dalla teoria dei roghi e dal nascere di una nuova bellezza che vede nelle cicatrici del corpo, il suo massimo splendore. Il rogo diventa il mezzo per rinascere a nuova vita avendo il pieno controllo del proprio corpo. Le donne, oggi come ieri, vengono punite dagli uomini per la loro disobbedienza. Nuovi roghi, plasmati da una realtà orribile, ricordano i roghi del passato dove venivano bruciate le streghe: creature create dalla paura dell’uomo verso coloro che sono diversi. Luce e buio, bene e male, vita e morte sono in noi e nessun rogo, per quanto luminoso sia, potrà mai illuminare il buio che ci divora. Buona lettura.

mercoledì 10 maggio 2017

RECENSIONE | "Il bambino bugiardo" di S. K. Tremayne

Carissimi lettori, se avete amato “La gemella silenziosa” (recensione), non potete perdervi il nuovo romanzo di S.K. Tremayne: “Il bambino bugiardo”, edito Garzanti.

Si tratta di un thriller psicologico che vi sorprenderà per la bellissima ambientazione, la Cornovaglia è maestosa e inquietante, specchio di una storia capace di trascinarvi in un vortice di tensione. Scoprire la verità diventerà, per il lettore, una necessità che verrà soddisfatta dopo una lettura che tiene con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Non fatevi ingannare, non traete soluzioni avventate, non cercate indizi rivelatori ma lasciatevi trasportare nella certezza che la verità non ha mai una sola faccia. Forse avrete dei sospetti, io mi sono persa nel groviglio di emozioni e mi sono goduta una lettura intrigante fino alla rivelazione finale.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Il bambino bugiardo
S. K. Tremayne (traduzione di C. Marseguerra)

Editore: Garzanti
Pagine: 317
Prezzo: € 16,90
Sinossi
La vetrata del grande salone si affaccia sul mare della Cornovaglia. Mentre osserva le onde infrangersi sulla scogliera, Rachel si guarda intorno. Stenta ancora a credere che quella sala e l'intera tenuta di Carnhallow siano sue. Si è finalmente gettata alle spalle la sua vita tormentata grazie al matrimonio con David, un ricco avvocato, e al rapporto speciale che ha con il figlio di lui, Jamie, un bambino timido e silenzioso, segnato dalla tragedia della morte della madre, due anni prima. La donna è rimasta vittima di un terribile incidente nelle miniere sotterranee su cui si erge Carnhallow e il suo corpo non è mai stato ritrovato. Rachel si affeziona al piccolo come se fosse suo. Ma improvvisamente il comportamento del bambino diventa molto strano. Comincia a fare sogni premonitori e dice di sentire la voce della madre che lo chiama dal labirinto di cunicoli sotterranei. Finché un freddo pomeriggio d'autunno, mentre lui e Rachel sono soli sulle scogliere, le rivela: «Tu morirai il giorno di Natale». Un tarlo comincia a scavare nella mente di Rachel. Cosa è successo due anni prima? La madre di Jamie è davvero morta? Perché David si rifiuta di parlarne con lei? È possibile che il marito di cui è tanto innamorata le nasconda qualcosa? Dicembre si avvicina e Rachel sa che deve scoprire la verità, e in fretta, perché ogni angolo della sua nuova casa nasconde un pericolo mortale.


178 giorni prima di Natale.

I tunnel scendono profondi sotto il mare. È un pensiero che non riesco a togliermi dalla testa. I tunnel scendono profondi sotto il mare. Un miglio e forse più.
Rachel ha coronato il suo sogno d’amore sposando David Kerthen, un ricco avvocato. Dopo il matrimonio i novelli sposi si trasferiscono in Cornovaglia nella tenuta di Carnhallow. David, discendente di una facoltosa dinastia di proprietari terrieri arricchitasi con lo sfruttamento delle miniere di stagno, ha un figlio, Jamie, avuto da Nina, la prima signora Kerthen. Nella maestosa tenuta di Carnhallow, Rachel dovrà affrontare un’inquietante realtà. Jamie, timido e silenzioso, è un bambino segnato dalla tragica morte della madre avvenuta due anni prima. Nina, a causa di un terribile incidente, è caduta nel pozzo di Jerusalem, nei pressi delle miniere sotterranee su cui si erge  Carnhallow. Il suo corpo non è mai stato trovato, la sua tomba contiene una bara vuota. Pian piano Rachel riesce a far breccia nel cuore del piccolo Jamie che continua ad avere strani comportamenti: sogni premonitori, la voce della madre che lo chiama dalle profonde acque del labirinto di cunicoli sotterranei. Un giorno Jamie fa a Rachel una rivelazione sconcertante:
Tu morirai il giorno di Natale
A Rachel non resta che scoprire la verità cercando di non perdersi nel labirinto di bugie dette da  coloro che avrebbero dovuto amarla e invece nascondono torbidi segreti.


“Il bambino bugiardo” è un romanzo dalla trama avvincente anche se non risplende per originalità. La storia, ben scritta e narrata con numerosi colpi di scena, cattura e affascina soprattutto per l’ambientazione e le cupe atmosfere. Mi ha fatto pensare ad una favola gotica con molti elementi che ho apprezzato. I personaggi sono ambigui, misteriosi, preda di passioni violente. Lei, Kerthen, è una donna modesta, insicura, dal passato doloroso, innamorata di un uomo quasi perfetto. Lui, David, è un uomo complesso e misterioso, elegante, autoritario che si rifiuta di parlare della sua prima moglie. Il tempo tiranno, il romanzo è un conto alla rovescia verso il Natale ormai imminente, scandisce un susseguirsi di rivelazioni che fanno precipitare gli eventi. La natura selvaggia, le scogliere a picco sul mare, e il senso di vastità ben si sposano le emozioni dei protagonisti. L’immensa tenuta di Carnhallow, significa “le rocce sulla brughiera”, e le miniere di stagno rappresentano ambienti cupi e tenebrosi in cui è facile perdere il lume della ragione. Un po’ di horror, voci e abbracci non propriamente umani, completano un quadro in cui l’amore viene, ben presto sostituito da altri sentimenti.

“Quel che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male”, scriveva Nietzsche. In questo romanzo andremo ben oltre il bene e il male, anzi confonderemo il bene e il male in un gioco crudele che vede il destino divertirsi con i protagonisti. Un divertimento macabro ma avvincente, confezionato ad arte come un bel regalo di Natale.

Post Scriptum: Non lasciatevi ingannare dal titolo, i bugiardi sono tanti forse, chi mente di meno, è proprio il bambino.

lunedì 8 maggio 2017

RECENSIONE | "Una famiglia diabolica" di Salvo Toscano [Review Party]

Buongiorno, cari lettori :)
Tra i giallisti italiani contemporanei sta ottenendo un ottimo successo di pubblico e critica lo scrittore e giornalista Salvo Toscano. Nella collana First, Newton Compton Editori, Toscano, semifinalista al premio Scerbanenco e finalista al Premio Zocca Giovanni, torna in libreria con un thriller che vede il ritorno dei fratelli Corsaro. 

Con la mia recensione partecipo al Review Party dedicato al romanzo, vi invito a leggere le recensioni degli altri blogger :)


STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 7
Una famiglia diabolica
Salvo Toscano

Editore: Newton Compton
Pagine: 285
Prezzo: € 6,90
Sinossi
L'avvocato Roberto Corsaro si trova a Sperlinga per accompagnare Greta, la sorella di una collega, a riscuotere una parte dell'eredità della zia Fifì. Le pratiche per la riscossione procedono senza intoppi, ma durante la notte, nell'albergo che ospita tutti i componenti della famiglia, uno di loro, la zia Rosetta, viene brutalmente assassinato. Francesco Corsaro, talentuoso giornalista di cronaca, viene inviato nel paesino siciliano per scrivere un articolo sul delitto. Proprio lì incontra il fratello. Improvvisatisi investigatori, i due scopriranno non solo chi ha ucciso Rosetta, ma anche che la morte dell'altra zia, Fifì, non è stata naturale...

Come la nuvola di vapore che si leva nell’aria gelida per il mio espirare,il mio passato mi sembra aleggiare impalpabile ma presente. Nell’anima le ferite suturate alla meglio per non morire restano infette e dolenti. Il mio corpo violato, sporcato, rubato, brama pace e rinascita. Respiro, sento l’aria scorrere dentro di me, e la vita che mi chiede una tregua e una speranza. Mi dico che mai più nessuno potrà derubarmi di quella speranza. Nessuno. Lo giuro.
L’avvocato Roberto Corsaro accompagna Greta, la sorella di una collega, a Sperlinga per riscuotere una parte dell’eredità della zia Fifì. Tutto procede senza intoppi, ma durante la notte, nell’albergo in cui sono ospitati tutti i componenti della famiglia, avviene un omicidio. Un erede viene brutalmente ucciso. A Roberto e a suo fratello Fabrizio, il compito di scoprire il colpevole.

I fratelli Corsaro, un serio avvocato e un cronista di nera, si dividono il ruolo di protagonista nel giallo “Una famiglia diabolica”.

I primi capitoli del romanzo scorrono via velocemente presentando i personaggi e i luoghi della storia. I numerosi parenti di zia Fifì, vissuta da povera per morire ricca, si ritrovano insieme per prendere possesso dell’eredità. Frasi di circostanza, sorrisi falsi, fasulli interessamenti caratterizzano i primi approcci dei parenti. Si respira un’aria inquieta, minata non tanto dalle parole dette quanto dalle parole taciute. Sguardi taglienti, rancori velati, conti in sospeso disegnano un bel “quadretto di perfidia” che incornicia la foto dei parenti tutti, nessuno escluso.

“Una famiglia diabolica” è un bel giallo alla Agatha Christie con riunione di famiglia e zia ammazzata. Il lettore inizia immediatamente la ricerca di indizi che possono rivelare l’identità del colpevole e la sfida, con la mente dello scrittore, è un punto a favore del romanzo che gode di una sottile ironia e di un’avvincente descrizione di luoghi. Sperlinga, luogo reale per una storia di fantasia, colpisce per le sue bellezze e diventa degno palcoscenico su cui recitano i personaggi. Fabrizio e Roberto sono le voci narranti del giallo, danno vita a una doppia narrazione raccontando gli eventi dal proprio punto di vista. Lo scrittore ci propone una storia in cui omicidio, indagine, arresto del colpevole ricalcano alla perfezione il modello del giallo.

Il romanzo è scorrevole e ben scritto. Curato nei dettagli presenta un ritmo pacato ma avvincente. La trama, pur non essendo del tutto originale, mostra dei personaggi seducenti: Fabrizio con mani e piedi nella depressione, Roberto alle prese con problemi familiari, componenti della diabolica famiglia pronti a giudicare gli altri sentendosi sante e santi. Il finale chiude in modo perfetto il caso. Da buon giallista, lo scrittore rivela solo nelle ultime pagine il legame tra assassino e vittima, il movente prende corpo e ogni tassello trova il suo posto.

“Una famiglia diabolica” si legge tutto d’un fiato senza alcun problema. Sicuramente ritroveremo i due fratelli Corsaro coinvolti in altre indagini perché, come tutti ben sappiamo, gli armadi sono fortunatamente pieni di scheletri. Lunga vita quindi ai fantasmi del passato e  buon lavoro a Salvo Toscano.

venerdì 28 aprile 2017

RECENSIONE | "Il giallo di Villa Ravelli" di Alessandra Carnevali [Review Party]

Carissimi lettori, con il romanzo “Uno strano caso per il commissario Calligaris”, la scrittrice Alessandra Carnevali, ha vinto il premio “Ilmioesordio”. Oggi la scrittrice ritorna in libreria con “Il giallo di villa Ravelli”, una nuova indagine del commissario Adalgisa Calligaris.

Con la mia recensione partecipo al Review Party dedicato al romanzo, vi invito a leggere le recensioni degli altri blogger :)

STILE: 8 | STORIA: 7 | COVER: 6
Il giallo di Villa Ravelli
Alessandra Carnevali

Editore: Newton Compton
Pagine: 256
Prezzo: € 9,90
Sinossi
Non c'è pace per il commissario Adalgisa Calligaris. Pensava di poter staccare la spina, trasferendosi a Rivorosso, e invece, risolto un caso, in meno di ventiquattr'ore se ne presenta un altro. Il corpo senza vita di Silvia Ravelli è stato trovato dalla sorella, Antonia, nel salotto della sua villa. È un colpo d'arma da fuoco ad averla uccisa, ma non c'è traccia della pistola. Con l'aiuto del magistrato Gualtiero Fontanella, il commissario Calligaris scopre che tra le due sorelle ci sono stati in passato gravi dissapori, per via dell'eredità di uno zio. Ma Adalgisa capisce ben presto che se vuole arrivare alla verità deve allargare il suo raggio d'indagine. Soprattutto quando le vittime aumentano e la lista dei sospettati si allunga: l'imprenditore agricolo Giorgio Moretti, l'ex di Silvia Ravelli; il notaio Paride Calzone; il giovane rumeno Vladimir Mutu; il ricco compagno di Antonia Ravelli, Luigi Corbellini, vecchia conoscenza del commissario, oltre a una serie di figure losche, come quelle di Gigi Zolla detto "Olio" e di Adelmo Patacchini, legate al mondo della malavita e al gioco d'azzardo, di cui Silvia Ravelli era stata assidua frequentatrice..


Una scrittrice defunta, benestante e solitaria, un apparente suicidio dove però manca l’arma del delitto. Una sorella strana con qualche vecchio motivo di rivalsa sulla vittima. Nessun segno di effrazione.
Con queste premesse prende il via la nuova indagine del commissario Calligaris. A Rivorosso viene trovato il corpo senza vita di Silvia Ravelli. I sospetti cadono subito su Antonia, sorella della defunta. Le indagini si complicano quando l’arma del delitto sembra svanita nel nulla. Ben presto le vittime aumentano e la lista dei sospettati si allunga. Il commissario avrà a che fare con losche figure legate al mondo della malavita e al gioco d’azzardo.  Il colpo di scena finale collocherà ogni tessera al suo posto dando soluzione a un puzzle all’inizio indecifrabile.

La protagonista del romanzo, Adalgisa Calligaris, è una donna commissario con un carattere molto particolare. È brusca, tenace, goffa, dalla grande intelligenza, schietta e ironica.

Ho sorriso leggendo questa storia che coniuga ironia e morte. Ho apprezzato la caratterizzazione dei personaggi, Adalgisa e i suoi collaboratori appaiono “reali” con sogni e desideri da rincorrere. Operazione felice è l’uso di espressioni in umbro che identificano concretamente i luoghi in cui si svolge l’azione e creano circostanze umoristiche gradite al lettore. Piacevole la descrizione della vita di provincia, infatti ci troviamo a Rivorosso Umbro, luogo creato dalla fantasia dell’autrice, che ricorda molto Orvieto. Ho subito visualizzato la località grazie alle parole – immagini – usate dalla scrittrice e mi sono affezionata alla ruvida Adalgisa, ai suoi variegati collaboratori, ai fantastici componenti della “Banda della Maglina”.

Più che per l’intrigo poliziesco, il romanzo brilla per la quotidianità che racconta in cui spicca la figura del commissario, instancabile paladina della giustizia. Le storie dei personaggi si mescolano in un variopinto quadro d’insieme in cui le emozioni regalano vivaci sensazioni e aspettative. Il finale, alla Poirot maniera, vede tutti i sospettati riuniti insieme nell’ufficio del commissario. Il nome del colpevole verrà svelato con maestria creando un intrigante effetto sorpresa.

“Il giallo di villa Ravelli” è un romanzo intricato e indecifrabile, in perfetto stile Agatha Christie. Da leggere con un sorriso sulle labbra.

mercoledì 26 aprile 2017

RECENSIONE | "Basil" di Wilkie Collins

Dopo aver letto “La Legge e La Signora” (recensione), ritorno, con immenso piacere, a recensire un’altra opera di Wilkie Collins: “Basil”, Fazi Editore.

STILE: 8 | STORIA: 9 | COVER: 7
Basil
Wilkie Collins (traduzione di A. Tubertini)

Editore: Fazi
Pagine: 350
Prezzo: € 20,00
Sinossi
Giovane rampollo di una famiglia aristocratica, Basil si innamora perdutamente e a prima vista della figlia di un commerciante, incontrata per caso su un omnibus. Da quel momento la sua vita cessa di scorrere sui quieti binari di sempre per imboccare la strada ignota e accidentata che conduce alla tragedia. La decisione di sposarsi in segreto con la giovane Margaret, tanto vanitosa quanto priva di scrupoli, per non scatenare le ire del padre, saldamente ancorato ai propri pregiudizi sociali; la condiscendenza con cui accetta, su richiesta del suocero, di aspettare un anno prima di consumare il matrimonio: ogni passo, ogni singola scelta compiuta da Basil in buona fede si rivelerà un errore, e il cammino che avrebbe dovuto condurlo alla felicità gli spalancherà improvvisamente le porte di un baratro di abiezione e di ferocia. E il lettore verrà trascinato con lui fino in fondo, oltre l'apparenza della ordinaria, ma non per questo meno angosciosa, normalità. Uno spaccato della società inglese della seconda metà dell'Ottocento, divisa tra una classe nobiliare arroccata sui propri privilegi e una borghesia mercantile in piena ascesa, 


Basil, giovane rampollo di una famiglia aristocratica, si innamora a prima vista di Margaret Sherwin, figlia di un commerciante, incontrata per caso su un omnibus.
Fino a quel momento il mio cuore era rimasto intatto. Non avevo mai conosciuto la passione che più consuma l’umanità. Nessuna donna si era mai frapposta tra me e le mie ambizioni, le mie occupazioni, i miei svaghi.
Da quel momento la vita del giovane cambia radicalmente. Il padre, prigioniero del “rango” che segna il netto confine fra loro e gli altri, non avrebbe mai accettato un tal matrimonio degradante per uno dei suoi figli. La ragazza, come figlia di un commerciante, non sarebbe mai stata accolta nella famiglia di Basil. Un pregiudizio sociale trasformato in ”credo” dal padre di Basil, cultore delle convenzioni sociali.
Non dimenticare mai che con il tuo rango non puoi fare ciò che vuoi. Non è tuo. Appartiene a noi, e ai tuoi figli. Devi conservarlo per loro, come io ho fatto per te.
Quindi, per non scatenare le ire del padre, Basil sposa in gran segreto Margaret. Sarà l’inizio della fine.

La fanciulla si rivelerà tanto vanitosa quanto priva di scrupoli. Basil che, su richiesta del suocero, aveva accettato di aspettare un anno prima di consumare il matrimonio,  si troverà a percorrere un cammino irto di difficoltà. Il sottile filo dell’agognata felicità si spezza, per Basil ci sarà una lunga dolorosa discesa nel baratro della degradazione morale e della ferocia.

“Basil” è la storia di un errore fatto per amore ma pur sempre di errore trattasi. Se inizialmente mi sono schierata con il giovane protagonista, voce narrante del romanzo, poi ho capitolato davanti alla sua ingenuità. Mi direte che quando si ama la ragione tace e parla il cuore ma Basil di errori, in buona fede, ne commette davvero tanti. Il romanzo mi ha subito coinvolta anche se la prima parte della storia è caratterizzata da una lentezza quasi esasperante. L’autore nei primi capitoli si sofferma sulla descrizione, anzi sulle osservazioni preliminari, dei familiari di Basil e la storia stenta a decollare. Poi tutto si anima. Il fatal incontro segna il primo vero amore di Basil pronto a tutto per la bella Margaret. Nella seconda parte la storia diventa più coinvolgente, le descrizioni lasciano il posto all’azione e all’intrigo. Nella terza e ultima parte il dramma si compie svelando la vera natura dei protagonisti.

“Basil”, pubblicato nel 1852, è un romanzo sentimentale in cui sesso, violenza,adulterio, follia e morte sono i pilastri della narrazione. Temi forti per l’epoca, scandalizzarono la stampa ma raccolsero il favore del pubblico.

Io ho letto con interesse la descrizione della società inglese della seconda metà dell’Ottocento caratterizzata da una classe sociale nobiliare decisa a difendere i propri privilegi e una borghesia mercantile in piena ascesa. Intrigante l’avventurarsi dell’autore “oltre la quotidianità” per esplorare ciò che si nasconde dietro la rispettabilità. Gli stati d’animo condizionano la percezione delle cose e guidano il comportamento dei personaggi. Bella la stretta correlazione tra agenti atmosferici e le emozioni nate dalle diverse situazioni legate a testimonianze affidate a diari e lettere. Il finale, articolato, rimetterà ogni tassello al suo posto. Attraverso i sentimenti si guarda alla vita e alla morte. A volte la vista si offusca, l’amore travolge, inganna, condanna. Comunica i sentimenti più intimi di gioia o malinconia, odio e vendetta.

Wilkie Collins racconta tutto ciò con un linguaggio fatto di immagini, rapide suggestioni, suoni e colori. 
A noi lettori il compito di penetrare in questi elementi per recepire e godere del messaggio che l’autore ha consegnato alle parole scritte. Un viaggio irresistibile che invito tutti a compiere ricordando i versi di  Shakespeare:
“La speranza è il bordone degli amanti;
e tu con esso in mano adesso vattene,
ed usalo a scacciar dalla tua mente
i pensieri della disperazione.”

lunedì 24 aprile 2017

RECENSIONE | "Gli Eredi" di Wulf Dorn

Buongiorno, cari lettori :) Wulf Dorn è sicuramente uno degli scrittori di gialli e thriller più acclamati d’Europa. Io ho letto e amato tutti i suoi romanzi, pubblicati in Italia, sin dal suo esordio con “La psichiatra”. Oggi, Wulf Dorn, conferma il suo grande talento di narratore con “Gli eredi”, edito Corbaccio.

Con una trama cupa e inquietante, che esplora i più oscuri anfratti della psiche umana, Dorn costruisce il suo edificio narrativo. La tensione, subito palpabile, accoglie il lettore e lo fa prigioniero lasciandolo con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Quindi, se siete pronti, fate un bel respiro perché l’incubo sta per iniziare.

STILE: 9 | STORIA: 8 | COVER: 8
Gli Eredi
Wulf Dorn (traduzione di A. Petrelli)

Editore: Corbaccio

Pagine: 300

Prezzo: € 17,60
Sinossi
Robert Winter è uno psicologo. Interpellato per una consulenza da un detective che segue un'indagine, si trova di fronte al suo caso più difficile. La paziente è una donna traumatizzata, unica sopravvissuta a un evento misterioso avvenuto in un paesino di montagna. Ma si tratta veramente di una testimone o la verità è molto diversa? Perché nel bagagliaio della sua macchina la polizia ha fatto una scoperta terribile. La donna sembra impazzita, la storia che racconta sembra uscita dai peggiori incubi di uno psicopatico. Tocca a Robert scoprire la verità. Una verità difficile da immaginare...

Mi creda, avrà bisogno ancora di un sacco di caffè oggi. Sarà una cosa lunga.
Frank Bennell, stimato criminologo, e Robert Winter, psicologo specializzato nel trattamento di soggetti traumatizzati, si trovano davanti a una donna sopravvissuta a un grave incidente su una strada di montagna. Il suo racconto oscilla tra realtà terribili e allucinazioni. Nel suo sguardo diffidenza e terrore. I due esperti dei lati oscuri della natura umana, sono messi a dura prova. La donna, Laura Schrader, nasconde nel bagagliaio della sua auto, il corpo senza vita di una bambina. Laura è davvero una testimone o la verità è molto diversa?

Con queste premesse inizia il thriller, ad alta tensione, scritto da Wulf Dorn. La storia si mostra subito intrigante e agghiacciante. I personaggi creano immediatamente un flusso di empatia con il lettore. Io mi sono ritrovata nella camera della clinica, con Laura e lo psicologo, avendo la netta percezione che qualcosa di terribile stesse per accadere. Non potevo sapere “cosa” ma la paura si è insinuata nella mia mente crescendo con il progredire della storia. Adoro queste sensazioni che riescono a trasmettermi vive emozioni.

Dorn, con penna affilata,seziona la psiche umana che ha in sé il seme di tutte le nostre paure. I demoni dell’uomo diventano protagonisti e seminano morte.

Un intero villaggio disabitato, tutti i suoi abitanti svaniti nel nulla.

Uccisioni, adulti terrorizzati e bambini dagli occhi di ghiaccio.

Questi elementi, nel loro complesso, formano la punta visibile di un iceberg narrativo che affonda il suo corpo in un profondo mare di sfruttamenti ed errori.

Non vi svelo “il cuore” del thriller, la vostra immaginazione verrà sedotta da una storia che non scopre subito le sue carte. Al nocciolo della questione si arriva dopo aver affrontato strani sogni, comportamenti insoliti, voci misteriose e misteriose immagini.

È possibile esser traumatizzati da una cosa immaginata?

La verità si nasconde in una fitta nebbia.
Voci. Tante voci.

Bisbigliavano, sogghignavano, sibilavano, piangevano.

Più forte, sempre più forte.
“Gli eredi” è un romanzo di contrasti e inquietudini, è un confronto tra generazioni, tra l’avidità della società e il difficile rapporto tra l’uomo e il pianeta Terra. La tensione anima l’intero romanzo. Il pericolo, camaleontica presenza, tesse il filo d’Arianna del racconto con frammenti riferiti a vicende appena trascorse. Come spesso avviene, nei romanzi di Dorn, paure, ossessioni, sogni fatti a occhi aperti, si mescolano non solo con il buio del senso di irrealtà ma anche con la luce della vita.

Adulti colpevoli di aver defraudato il futuro dei loro figli sono messi davanti alle loro colpe. Come scriveva Alfred Adler:
Un bambino che perde la speranza diventa pericolosissimo. Ci sono molte situazioni difficili nell’infanzia, ma un bambino non deve mai perdere la speranza.

In occasione della pubblicazione del libro “Gli eredi”, Wulf Dorn ha incontrato i suoi affezionati lettori per rispondere alle loro domande. Io ho avuto la possibilità di rivolgere all’autore due quesiti a cui Dorn ha risposto in modo esauriente. [ Ecco il LINK della Live ]
Sono felicissima di aver avuto questa opportunità. Dorn ha anche detto che gli piace il nome "Penna D'oro", potete immaginare la mia gioia *-*
Ecco le mie due domande:

 La psiche umana ha in sè il seme di tutte le nostre paure. Scriverne è, per lei, un modo per esorcizzare i demoni dell'uomo?
 Si, scrivere di cose che fanno paura, scrivere dei propri demoni è un modo per esorcizzarli e affrontarli. La cosa bella è che c'è la possibilità che i propri demoni siano anche quelli del lettore e in quel caso si entra in una sintonia speciale perchè quello che fa paura a te come autore farà paura anche al lettore e quello è il caso migliore in cui autore e lettore si incontrano.

 Nei suoi libri non c'è violenza plateale ma molta tensione. Ha un modello a cui fa riferimento per creare tensione senza scie di sangue?
 Prima di tutto sono contento che si noti che i miei libri siano privi di violenza, salvo dove serve. La tensione e la suspance vanno bene, le scene violente e truci ci sono solo se necessarie, verso la fine di questo libro c'è qualcosa di violento ma ciò deriva da una necessità della trama.


Nel salutarvi vi riporto la strofa finale di “It’s No Game”, no.2, di David Bowie:

“Children’ round the world,
put camel shit on the walls,
they’re making carpets on treadmills,
or garbage sorting
and it’s no game.”

Mai, sottolineo mai, togliere la speranza a un bambino. “Gli eredi” hanno diritto a un futuro.

venerdì 21 aprile 2017

RECENSIONE | "Il mistero di Paradise Road" di Pietro De Angelis

Carissimi lettori, ho appena concluso la lettura di un romanzo intenso e sorprendente che emana un lieve profumo di lavanda. Sì, questa lettura stimolerà la vostra immaginazione e i vostri sensi. Vi sembrerà di viaggiare nel tempo, giungerete nella Londra vittoriana, fascinosa e imprevedibile. Conoscerete gente seria, anzi serissima. Camminerete per i quartieri della città, sfiderete la nebbia e giungerete a Paradise Road. Se siete pronti, senza indugi, chiudete gli occhi: Londra ci aspetta.

STILE: 8 | STORIA: 8 | COVER: 7
Il mistero di Paradise Road
Pietro De Angelis

Editore: Elliot
Pagine: 316
Prezzo: € 17,50
Sinossi
Il 15 gennaio del 1875 a Paradise Road, una via di linde casette a schiera alla periferia di Londra, morirono nella stessa notte dodici persone. Né Scotland Yard né la scienza riuscirono mai ad appurare la causa di quei decessi. Soltanto alcuni decenni dopo viene alla luce il documento che svela finalmente la verità su quel caso, di cui fu protagonista Lionel Morpher, impiegato esemplare all'Ufficio Brevetti, la cui moglie Alphonsine fu "vittima" di una passione totalizzante per la poesia. In una Londra nebbiosa e carica di mistero, Lionel si imbarcherà in un'impresa per salvare la moglie dalla sua "follia", entrando in un nuovo mondo, ricco di incredibili scoperte scientifiche che annunciano l'arrivo della modernità.

A certe domande, vedete, si può rispondere con un sì o con un no. Ad altre si può rispondere con poche frasi chiare e inequivocabili. Ma ci sono delle domande – delle domande molto speciali – a cui si può rispondere soltanto raccontando una storia.
15 gennaio 1875. A Paradise Road, una via alla periferia di Londra, morirono nella stessa notte dodici persone. Né la polizia né la scienza riuscì a risolvere il caso. Alcuni decenni dopo un documento svelò la verità su quel caso. I protagonisti furono Lionel Morpher, impiegato esemplare all’Ufficio Brevetti, e sua moglie Alphonsine, succube di una passione deleteria per la poesia. Quando Lionel scopre tale passione, considera la moglie affetta da “follia” e decide di fare l’impossibile per salvarla.

“Il Mistero Di Paradise Road” è un romanzo che svela subito la sua natura complessa in un continuo confronto tra Ordine e Caos. Se osservate la cover, noterete che le porte e le finestre della casa di Lionel sono tutte chiuse. In casa, al riparo dagli occhi della società, i protagonisti si mostrano come realmente sono. Al di fuori delle mura domestiche sono la bella copia di se stessi: marito ossequioso lui, moglie sottomessa lei. Questo aspetto del romanzo mi è piaciuto in modo particolare perché mette in evidenza la doppia natura dell’uomo nascosta da uno stile di vita esemplare. Lionel e Alphonsine hanno una seconda natura che mascherano a tutti, una seconda identità foriera di incomprensioni tra i coniugi.

Con penna raffinata, lo scrittore sposa il noir con profonde riflessioni sul senso della vita. Narra dell’amore e del suo potere. Svela la malsana passione di Alphonsine per la poesia. Si sofferma sulla capacità, spesso incapacità, del mondo di far buon uso delle invenzioni.
I migliori inventori non si sono limitati a progettare macchine per proteggere l’umanità dai suoi nemici esterni – la fame, le malattie, i disastri naturali – ma hanno anche capito che l’umanità andava curata dalle sue stesse perversioni.
Lionel è convinto di dover salvare sua moglie dalla poesia, dal suo malefico potere. Non si fermerà davanti a nulla entrando in un nuovo mondo, ricco di scoperte scientifiche che annunciano l’arrivo della modernità.

Una cosa è assodata, per Lionel nulla di buono può derivare dalla poesia. Compito di ogni buon marito è di far da guida alla moglie, trascorrendo insieme una vita onorata e felice.

Onore e sentimenti, conflitto tra prosa e poesia, sono il cuore del romanzo. Un cuore che pulsa sempre più velocemente conducendo a un finale sorprendente che svelerà ogni cosa.

La realizzazione de “Il Mistero Di Paradise Road” è stata lunga e impegnativa, 10 anni tra ricerche, traduzioni, stesura del romanzo. Oggi posso dire che ne è valsa la pena, una lunga incubazione per un romanzo che colpisce per la trama avvincente e per un genere misto fra noir e racconto del mistero.

Curata e suggestiva è l’ambientazione nella Londra vittoriana, palcoscenico perfetto per le vicende narrate. Istruttiva la descrizione di usi e costumi dell’epoca. Il moralismo borghese, il ruolo secondario della donna, la rigida divisione tra cuore e mente, tra sentimento e ragione. Sotto le sembianze del perbenismo si agitano passioni ed emozioni che devono essere taciute pena il disonore.

La lettura del romanzo scivola via veloce, belle le numerose descrizioni dei quartieri londinesi, arricchita da diari privati e lettere che svelano la vera natura di alcuni protagonisti.
Interessante l’idea negativa del potere della poesia. Nel romanzo troverete molti temi su cui riflettere. Per lo scrittore la poesia è un’esperienza vitale che abbraccia l’Universo. Condivido tale opinione.

Nel ringraziare Pietro De Angelis per avermi dato l’opportunità di leggere il suo appassionante romanzo, vi lascio con una citazione di Percy Bysshe Shelley, “Difesa della Poesia”:

“La Poesia e il Principio Egoistico, 
di cui il Denaro è l’incarnazione Visibile, 
sono il Dio e la mammona del mondo.”